
Come molti, ho sempre pensato a Yoko Ono semplicemente come alla moglie di John Lennon e come ad un personaggio avvolto di una certa negatività. La megera che aveva traviato la rock star talentuosa e che ne aveva sfruttato le debolezze di artista, infilandosi nel suo letto e approfittando della bontà del profeta dell’amore incondizionato. Fin qui il discorso pubblico, la rappresentazione sociale più comune, sostenuta da milioni di ragazzine gelose della donna giapponese e del suo accesso privilegiato alle lenzuola del leader dei Beatles.
Ma prima di essere la “moglie di John Lennon”, Yoko Ono era un’artista concettuale, che aveva lavorato a partire dalla prima metà degli anni Sessanta come performer d’avanguardia, fondatrice del movimento artistico Fluxus a cui parteciparono artisti oggi celebrati, del calibro di Jasper Johns e Robert Rauschenberg.
Ho visitato la mostra “Antons’ Memory” di Yoko Ono, conclusasi proprio oggi a Venezia presso Plazzetto Tito, in una delle sedi della Fondazione Bevilacqua La Masa. Il titolo della mostra, “Anton’s Memory”, rimanda “alla vita di una donna vista attraverso gli occhi del figlio, con la sua debole memoria”.
Questo post, più che una segnalazione di un evento ormai concluso (mi dispiace arrivo tardi), vuole essere una riflessione sullo statuto pubblico della figura di Yoko Ono, una delle poche in bilico tra il mondo delle rock star e quello dell’arte contemporanea.
La mostra Veneziana comprende un bilanciamento tra i lavori antichi e le nuove opere della Ono: film (la nota performance in cui il pubblico taglia i vestiti della Ono denudandola), composizioni sonore, sculture, disegni e dipinti, oltre ad alcune installazioni interattive che hanno coinvolto il pubblico stesso. Tra queste ultime, ho trovato molto interessanti e stimolanti in particolare due lavori di Ono.
Il primo è situato in una stanza in cui i visitatori sono invitati a scrivere il nome della propria madre e a fornirne una rappresentazione grafica su un piccolo foglio di carta color avorio, a fornire un breve commento e ad appiccicare infine sulle tele bianche disposte sulle pareti il loro foglietto. Il secondo è invece un invito a scrivere, sempre su dei fogli, la destinazione dei propri sogni, il luogo in cui ciascuno vorrebe recarsi e a depositarlo in un cumulo di valigie disposte al centro della stanza. Sulle pareti, immagini che rimandano al mondo degli uccelli, sono accompagnate da un commento sonoro (il cinguettio degli uccelli) e da alcune gabbie in cui sono inseriti alcuni degli stessi foglietti compilati dai visitatori.
Facendo due chiacchiere con la guardiasala, una donna, molto gentile dotata di un’estrema sensibilità, eravamo d’accordo nel sottolineare i momenti di dolce intimità che Ono è stata in grado di creare con il pubblico attraverso queste due opere. “Ho scritto di mia madre, che non c’è più e mi sono liberata di un peso”, mi ha detto la signora. Io stesso ho depositato all’interno delle valigie, nella seconda stanza, un foglio con l’indicazione di Barcellona, la città in cui vorrei vivere e lavorare. In fondo è vero che per buona pare della nostra vita stiamo cercando un altrove che non possiamo raggiungere, come uccelli in gabbie o voliere (a seconda di quello che possiamo permetterci).
Insomma, la mostra di Ono mi è piaciutaproprio e ho pensato che forse tutte le voci, spesso feroci, sulla qualità della produzione artistica erano immotivate. Ne cito solo una. Brian Sewell, critico d’arte per il giornale londinese London Evening Standard , disse di lei: “Non ha creato nulla e non ha contribuito a niente, è semplicemente stata un riflesso del suo tempo… Penso che sia una dilettante, una donna molto ricca che sposò qualcuno che aveva del talento ed era la forza trainante dietro i Beatles. Se non fosse stata la vedova di John Lennon, adesso sarebbe stata totalmente dimenticata… Yoko Ono era semplicemente una parassita. Avete visto le sue sculture o i suoi quadri? Sono tutti orribili”
Quando non viene criticata, si mette in luce il fatto che come artista Ono non è celebrata e conosciuta. E allora non mi sorprende affatto leggere sulla sua pagina di Wikipedia che esssa sia considerata “la più famosa artista sconosciuta: tutti conoscono il suo nome ma nessuno sa cosa fa.”
E allora ho cominciato a pensare che in fondo alla Yoko Ono artista il matrimonio con la star John Lennon non ha affatto giovato. C’è una gentilezza e una dolcezza incredibile nel suo lavoro presentato a Venezia, che dice cose senza urlare, senza violenze e senza provocazioni. Certo queste non sono considerate virtù nel tempo di comunicazione selvaggia e di marketing urlato ed aggressivo, anche nel mondo dell’arte. Ma quella che definirei l’antica saggezza giapponese di Yoko Ono mi ha fatto proprio stare bene e la breve visita alla sua mostra produce conforto e vibrazioni calde e positive.
In seguito al matrimonio con Lennon, il destino di Yoko Ono è stato segnato dal richiamo alla celebrità e i giornali e i media hanno cominciato a vedere in lei una raggazza giapponese ricca e viziata a New York, senza talento perchè oscurata (e oscurante) dal genio, ma soprattutto dalla popolarità assoluta di Lennon. E invece il lavoro di Yoko Ono è dignitoso e soprattuto molto chiaro e non pretenzioso. Accompagna e considera il visitatore un essere umano, prima che un obiettivo da coinvolgere solamente strategicamente. In fondo come sostiene un altro artista – Olafur Eliasson – è vero che l’arte contemporanea si deve riservare tempi e spazi che non sono necessariamente quelli dei media di massa e della celebrità, o della vertigine che accompagna la velocità del mondo contemporaneo. In fondo, l’essere celebri è disumano, e come sosteneva Joseph Beuys, ogni uomo è un artista (cosa che cozza necessariamente con il suo essere celebre, a questo punto).
E allora riscopriamo Yoko Ono che, anche se bruciata dal fuoco della celebrità, riesce a proporre il suo lavoro di artista in modo dignitoso, parlando in modo semplice e confortante, con un calore umano e un tranqullità che sorprendono.
E l’arte come cosa bella e non urlata, con i suoi tempi. Come un lungo respiro protettivo, che ci rassicura e separa dalla necessità di frenesia e dalla paura di guardarci dentro per qualche minuto, con sincerità e senza fare altro, solo perchè fa stare bene.
