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Riporto una notizia apparsa sul sito http://www.blitzquotidiano.it, appresa grazie alla segnalazione su Facebook di un amico: il fumo fa male ai non-umani. Nello specifico pare faccia molto male ai notebook apple:

“Alla mela smangiucchiata di il non piace e così la si riserva di non riparare i computer, anche se in garanzia. Il sito “The consumerist” riporta due casi in cui la richiesta di assistenza è stata negata «per contaminazione da » del , nonostante nel contratto di garanzia non si facesse alcun riferimento alle sigarette.

La replica dell’azienda produttrice non lascia scampo al proprietario-fumatore deluso: la nicotina è nella lista delle sostante dannose, stilata dall’Occupational Safety and Health Administration, e sottolinea che non chiederà ai suoi dipendenti di riparare qualcosa mettendo a rischio la loro salute.

L’accumulo di catrame può mandare in tilt il computer. I due casi di cui parla ‘The consumerist’ si sono verificati qualche anno fa in due diversi Stati Usa. Il primo risale all’aprile 2007, quando il computer viene portato in un Store a West Des Moines, nell’Iowa e dopo un anno viene emesso il verdetto anti-.

Nel secondo caso ci mettono qualche giorno per dire al cliente che quell’iMac non può essere riparato perché “contaminato”.

Oggi ho deciso che smetto anche io di fumare, non solo perché voglio troppo bene al mio MacBook, ma anche perché voglio bene a me stesso :-) . In fondo non mi è mai piaciuto, vermente. E non me ne frega niente se c’è scritto che il fumo rende dipendenti. Io dico di no, e vediamo chi ha ragione. :-) ))))

Dai smettete anche voi!!!

IMG_1997PRIMO PASSO: abbandonare l’idea di intenzionalità, ovvero “non l’ho fatto apposta”.

Provate a pensare per un momento al mondo in un modo leggermente differente. Provate ad immaginare che il concetto di azione non sia legato all’intenzionalità e che ad, agire, nel nostro mondo, siano anche entità non umane. Non solo gli animali, ma anche gli oggetti tecnologici, le cose che “fanno per noi”, ogni giorno, migliaia e migliaia di piccoli e grandissimi lavori. In fondo anche noi, forse troppo spesso, ci troviamo a fare cose che non abbiamo nessuna “intenzione” di fare. Come scrive il giornalista Luca De Biase, in un ecosistema, le conseguenze involontarie di un’azione sono tipicamente più probabili di quelle previste e volute.

SECONDO PASSO: Vedere le cose agire.

Se agire non è necessariamente connesso all’intenzionalità, cominciate a vedere tutto quello che fanno le macchine, gli oggetti e le cose nella vostra vita quotidiana. Allargate il vostro orizzonte e pensate a quello che i treni  e altri mezzi pubblici fanno quotidianamente per noi (a chi obietta la presenza di un conducente propongo l’esempio della metropolitana di Torino, completamente automatizzata). Pensate alla fantomatica figura del “pilota automatico”, (mi sono sempre chiesto se fosse nascosto tra i circuiti degli aerei). A come i semafori regolano la nostra vita. Alle porte che ci permettono di vederci e separarci alternativamente, creando spazi di intimità, ma anche di potere, di inclusione ed esclusione. Alle macchine fotografiche, che fissano momenti della nostra vita e supportano il mondo interiore dei ricordi (naturalmente la fotografia fa molte altre cose, ma soffermiamoci pure su quelle più banali). Troppo spesso siamo irrispettosi nei confronti delle “cose”, eppure queste fanno per noi veramente tantissimo.

TERZO PASSO: Gli scioperi dei non umani. Italians non-humans

Questo post vuole inaugurare una serie di contributi su un fenomeno piuttosto peculiare. Ci si vuole concentrare sull’Italia e su come i non umani italiani e il loro agire finisca per seguire alcuni tratti culturali e il temperamento degli umani nazionali.  L’idea è di indagare attraverso strumenti visuali le caratteristiche dei molteplici “scioperi dei non-umani” che popolano l’esperienza quotidiana di ognuno di noi. Quando i non-umani scioperano, si creano particolari fenomeni di interruzione delle catene che legano le azioni degli umani e quelle dei non umani. Il corso normale della vita quotidiana si ingarbuglia, ed emerge il carattere performativo del mondo. Di solito, sembra che tutto funzioni in automatico, ma solo se va tutto liscio. Quando qualcosa non va, ci accorgiamo improvvisamente che la naturalezza dell’esperienza può essere interrotta. Alle volte siamo noi a distrarci, ma altrettanto spesso solo le macchine a fare brutti scherzi. Dal punto di  vista politico, questo post vuole soffermarci sullo sciopero dei non umani, per suggerire l’idea che prendersela con le macchine quando non qualcosa non va è un atto vile , ignobile, e spregevole, perchè i non-umani, a differenza degli umani “non lo fanno apposta”.

Il motore dell’automobile si rompe e la vostra giornata cambia radicalmente; spendete denaro per riparare il veicolo, dovete spostare alcuni appuntamenti a cui tenevate tanto, i nervi accennano reazioni di diversa intensità, a seconda degli individui (ho sempre nutrito risentimento nell inutili e spropositate reazioni di mia madre quando accadevano questo tipo di incidenti).

Nella serie che qui comincia, presenterò materiale relativo a scioperi di non umani in cui mi capita di imbattermi nel corso dei miei spostamenti quotidiani. I non umani italiani, al pari dei loro pari umani, scioperano decisamente spesso, quindi conto di pubblicare piuttosto di frequente questo genere di post.

L’esplorazione comincia dalla stazione ferroviaria di Venezia. La scorsa domenica mattina, mentre tornavo in terraferma dopo essermi fermato in città da alcuni amici, ho notato che i non umani se la prendevano piuttosto comoda.

Per cominciare questo deposito automatico di bagagli, che finiva per generare, seppur involontariamente, come si può vedere nella foto seguente, una coda piuttosto lunga  al deposito bagagli gestito da umani.

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La domenica mattina la coda era piuttosto contenuta, ma il giorno prima, con un mio amico di passaggio a Venezia, il numero di persone in coda, un lungo serpentone, ci aveva costretto a decidere di portare con noi una pesante valigia. Il ponte degli Scalzi non è stato uno scherzo.

Poco lontano un cartello per i servizi igienicin negava assistenza alle coppie con figli piccoli. Alleatosi con una grossa e lunga striscia di skotch tape, il servizio nursery scompariva, in una lunga ondata di sciopero.

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Infine, questo esemplare di totem SOS ancora incartato, cui veniva negata la possibilità di soccorrere i numerosi anziani veneziani:

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Dopo questa rassegna vorrei procedere con una considerazione. Troppo spesso ci accaniamo con i poveri non umani quando sono in sciopero. Calci, urla, colpi bassi alle parti metalliche o di plastica. Ma dovremmo capire che non lo fanno “apposta”, perchè il loro agire non è intenzionale. Lo sciopero non umano è per questa ragione, pienamente legittimo. Sono gli umani, che, dimenticandosi troppo spesso di possedere il dono dell’intenzionalità, causano questo tipo di problemi. Ma i non umani non ne possono proprio niente, per cui è proprio inutile accanirsi con imprecazioni o atti di vandalismo. Ognuno invece è libero di scegliere il tipo di rimostranza che vuole effettuare, dalla pernachhia al buffetto, nei confronti dei responsabili umani…:-)

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Fenomeno di una certa moda negli anni passati, la denuclearizzazione si definisce come “la rimozione o la proibizione dell’utilizzo di armi nucleari in un certo territorio (dalla definizione del dizionario online inglese: To remove or ban nuclear weapons from: a proposal to denuclearize Europe).

Il destino delle parole, lo si sa, è legato non solo al loro significato, ma alla lotteria dei discorsi pubblici, a quella centrifuga di significati costituita dall’arena dei mezzi di comunicazione di massa e dai nuovi media; insomma una parola è ostaggio degli usi del pubblico e non certo appannaggio esclusivo di quei pochi ed isolati intellettuali che ne fissano i significati in una voce di dizionario. Le parole sono costantemente dentro una lavatrice impazzita, e i vani tentativi di staccare la corrente producono solamente dei black out.

Ed ecco sul mattino di oggi un curioso cortocircuito di significati, un lavaggio a 120 gradi con asciugatura e contrifuga come si deve. Protagonisti non solo un manipolo di prodi giornalisti locali, come sempre pronti a “gasare i Curdi”, ma anche l’amministrazione locale e un emerito professore di fisica, Angelo Ricci.

La proposta è del comune di Padova: denuclearizzare il territorio della città. Specificando quanto accennato in precedenza, è a partire dal 1981 che alcuni comuni italiani hanno cominciato ad autoproclamarsi “comuni denuclearizzati”. Il primo comune che si dichiara “zona libera da armi nucleari” e’ Robassomero (Torino), il 17 dicembre 1981. Cinque anni dopo i comuni decunclearizzati saranno già circa 500. La delibera comunale di “denuclearizzazione” è da ritenersi un atto perlopiù simbolico; pur non avendo nessuna valenza giuridica, essa sancisce l’indisponibilita’ di intere comunita’ a divenire sedi di basi atomiche.

Per Angelo Ricci, che interviene sul Mattino di oggi, la delibera di denuclearizzazione è però una minaccia reale. Egli si sofferma sui pericoli di questo provvedimento, operando un triplo salto mortale semantico e chiedendosi: “Cosa cosa comporta questa deliberazione? Dobbiamo chiudere i laboratori di fisica nucleare? E i reparti opsedalieri di medicina nucleare? “. Prosegue lo studioso: “Eppure non occorre essere scienziati per sapere che la risonanza magnetica nucleare è una diagnostica medica essenziale e che le radioterapie con particelle nucleari offrono oggi cure preziose per i tumori”.

Le domande di Ricci, ma soprattutto le sue risposte, ci colgono impreparati. Noi pensavamo che il Comune stesse promuovendo un atto di natura prevalentemente simbolica contro l’impiego di armi nucleari, e invece questo è l’inzio di un’Apocalisse medico-ospedaliera,  con il rischio di dover andare a fare la risonanza magnetica che aspettavamo da qualche mese all’ospedale di Camposampiero, fuori dalle mura della Padova retrograda, oscurantista e denuclearizzata, dopo una camminata di redenzione come quella di Santantonio.

Ironia a parte, quando la scienza – come in questo caso – si schiera dalla pare dell’establishment, rischia veramente un clamoroso autogoal. Ve lo immaginate qualche collega di Ricci argomentare nelle stanze della policy che i pellegrinaggi all’estero delle coppie trentenni per la fecondazione assistita  rendono il nostro paese becero e oscurantista?

Per la solita regola della lavatrice dei significati, l’intervento di Ricci si spiega anche alla luce del recente interesse che i media e il dibattito pubblico hanno dedicato alla possibilità che in Italia sia reintrodotta la produzione di energia nucleare. Senza entrare nel  meritpo del dibattito, diamo una breve occhiata ai dati disponibili sulla percezione pubblica di questo tema, un aspetto che probabilemtne interesserebbe a Ricci e colleghi. Recenti ricerche condotte dall’Istituto Observa – Science in Society dimostrano come negli ultimi  anni gli orientamenti degli italiani si siano progressivamente spostati a favore dell’energia nucleare. Dal 2003 a oggi, i favorevoli a questo investimento sono passati da poco più del 22% a quasi il 42%; nello stesso periodo i contrari sono diminuiti dal 56% al 39% circa. Secondo gli esperti di Observa, a pesare su questi spostamenti è soprattutto la congiuntura economica e lo spettro della dipendenza dall’estero per la produzione di energia. Anche il tema della sicurezza degli impianti, che aveva dominato i dibattitto post-Chernobyl pare essere passato in secondo piano tra chi è contrario al nucleare; tra chi si oppone è infatti ormai schiacciante il peso di coloro che ritengono più opportuno investire in fonti rinnovabili (dal 45% al 56% negli ultimi due anni).

Se dunque pare che Ricci potrà stare tranquillo per le sorti del nucleare in Italia, a noi non resta che affidarci ai risultati della risonanza magnetica. Un viaggetto in Spagna?

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Come molti, ho sempre pensato a Yoko Ono semplicemente come alla moglie di John Lennon e come ad un personaggio avvolto di una certa negatività. La megera che aveva traviato la rock star talentuosa e che ne aveva sfruttato le debolezze di artista, infilandosi nel suo letto e approfittando della bontà del profeta dell’amore incondizionato. Fin qui il discorso pubblico, la rappresentazione sociale più comune, sostenuta da milioni di ragazzine gelose della donna giapponese e del suo accesso privilegiato alle lenzuola del leader dei Beatles.

Ma prima di essere la “moglie di John Lennon”, Yoko Ono era un’artista concettuale, che aveva lavorato a partire dalla prima metà degli anni Sessanta come performer d’avanguardia, fondatrice del movimento artistico Fluxus a cui parteciparono artisti oggi celebrati, del calibro di Jasper Johns e Robert Rauschenberg.

Ho visitato la mostra “Antons’ Memory” di Yoko Ono, conclusasi proprio oggi a Venezia presso Plazzetto Tito, in una delle sedi della Fondazione Bevilacqua La Masa. Il titolo della mostra, “Anton’s Memory”, rimanda “alla vita di una donna vista attraverso gli occhi del figlio, con la sua debole memoria”.

Questo post, più che una segnalazione di un evento ormai concluso (mi dispiace arrivo tardi), vuole essere una riflessione sullo statuto pubblico della figura di Yoko Ono, una delle poche in bilico tra il mondo delle rock star e quello dell’arte contemporanea.

La mostra Veneziana comprende un bilanciamento tra i lavori antichi e le nuove opere della Ono: film (la nota performance in cui il pubblico taglia i vestiti della  Ono denudandola), composizioni sonore, sculture, disegni e dipinti, oltre ad alcune installazioni interattive che hanno coinvolto il pubblico stesso. Tra queste ultime, ho trovato molto interessanti e stimolanti in particolare due lavori di Ono.

img_1977Il primo è situato in una stanza in cui i visitatori sono invitati a scrivere il nome della propria madre e a fornirne una rappresentazione grafica su un piccolo foglio di carta color avorio, a fornire un  breve commento e ad appiccicare infine sulle tele bianche disposte sulle pareti il loro foglietto. Il secondo è invece un invito a scrivere, sempre su dei fogli, la destinazione dei propri sogni, il luogo in cui ciascuno vorrebe recarsi e a depositarlo in un cumulo di valigie disposte al centro della stanza. Sulle pareti, immagini che rimandano al mondo degli uccelli, sono accompagnate da un commento sonoro (il cinguettio degli uccelli) e da alcune gabbie in cui sono inseriti alcuni degli stessi foglietti compilati dai visitatori.

img_1965Facendo due chiacchiere con la guardiasala, una donna, molto gentile dotata di un’estrema sensibilità, eravamo d’accordo nel sottolineare i momenti di dolce intimità che Ono è stata in grado di creare con il pubblico attraverso queste due opere. “Ho scritto di mia madre, che non c’è più e mi sono liberata di un peso”, mi ha detto la signora. Io stesso ho depositato all’interno delle valigie, nella seconda stanza, un foglio con l’indicazione di Barcellona, la città in cui vorrei vivere e lavorare. In fondo è vero che per buona pare della nostra vita stiamo cercando un altrove che non possiamo raggiungere, come uccelli in gabbie o voliere (a seconda di quello che possiamo permetterci).

Insomma, la mostra di Ono mi è piaciutaproprio e ho pensato che forse tutte le voci, spesso feroci, sulla qualità della produzione artistica erano immotivate. Ne cito solo una. Brian Sewell, critico d’arte per il giornale londinese London Evening Standard , disse di lei: “Non ha creato nulla e non ha contribuito a niente, è semplicemente stata un riflesso del suo tempo… Penso che sia una dilettante, una donna molto ricca che sposò qualcuno che aveva del talento ed era la forza trainante dietro i Beatles. Se non fosse stata la vedova di John Lennon, adesso sarebbe stata totalmente dimenticata… Yoko Ono era semplicemente una parassita. Avete visto le sue sculture o i suoi quadri? Sono tutti orribili”

Quando non viene criticata, si mette in luce il fatto che come artista Ono non è  celebrata e conosciuta. E allora non mi sorprende affatto leggere sulla sua pagina di Wikipedia che esssa sia considerata “la più famosa artista sconosciuta: tutti conoscono il suo nome ma nessuno sa cosa fa.”

E allora ho cominciato a pensare che in fondo alla Yoko Ono artista il matrimonio con la star John Lennon non ha affatto giovato. C’è una gentilezza e una dolcezza incredibile nel suo lavoro presentato a Venezia, che dice cose senza urlare, senza violenze e senza provocazioni. Certo queste non sono considerate virtù nel tempo di comunicazione selvaggia e di marketing urlato ed aggressivo, anche nel mondo dell’arte. Ma quella che definirei l’antica saggezza giapponese di Yoko Ono mi ha fatto proprio stare bene e la breve visita alla sua mostra produce conforto e vibrazioni calde e positive.

In seguito al matrimonio con Lennon, il destino di Yoko Ono è stato segnato dal richiamo alla celebrità e i giornali e i media hanno cominciato a vedere in lei una raggazza giapponese ricca e viziata a New York, senza talento perchè oscurata (e oscurante) dal genio, ma soprattutto dalla popolarità assoluta di Lennon. E invece il lavoro di Yoko Ono è dignitoso e soprattuto molto chiaro e non pretenzioso. Accompagna e considera il visitatore un essere umano, prima che un obiettivo da coinvolgere solamente strategicamente. In  fondo come sostiene  un altro artista – Olafur Eliasson – è vero che l’arte contemporanea si deve riservare tempi e spazi che non sono necessariamente quelli dei media di massa e della celebrità, o della vertigine che accompagna la velocità del mondo contemporaneo. In fondo, l’essere celebri è disumano, e come sosteneva Joseph Beuys, ogni uomo è un artista (cosa che cozza necessariamente con il suo essere celebre, a questo punto).

E allora riscopriamo Yoko Ono che, anche se bruciata dal fuoco della celebrità, riesce a proporre il suo lavoro di artista in modo dignitoso, parlando in modo semplice e confortante, con un calore umano e un tranqullità che sorprendono.

E l’arte come cosa bella e non urlata, con i suoi tempi. Come un lungo respiro protettivo, che ci rassicura e separa dalla necessità di frenesia e dalla paura di guardarci dentro per qualche minuto, con sincerità e senza fare altro, solo perchè fa stare bene.

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A pochi mesi dal 150 ° anniversario della pubblicazione del saggio “Sull’origine della specie” di Darwin, un recente sondaggio dell’istituto Zogby dimostra che la stragrande maggioranza del pubblico americano respinge la teoria darwiniana a favore di quella del “disegno intelligente”. Quando gli si chiede “se la vita si è sviluppata attraverso un processo di mutazioni casuali e selezione naturale” – una definizione standard di darwinismo, solo il 33 per cento degli intervistati si dice in accordo, mentre il 52% ritiene che “lo sviluppo della vita è stato guidato dal design intelligente”.

Tuttavia è necessario far notare che questa non è la prima volta in cui un sondaggio mette a nudo l’ignoranza scientifica, o di storia della scienza, del pubblico dei non esperti. Era successo con gli OGM, quando un noto sondaggio dell’eurobarometro aveva messo in luce come circa la metà dei cittadini europei pensave che solamente i pomodori geneticamente modificati contenessero dei geni.

In merito al risultato relativo alla teoria darwiniana, appare piuttosto semplice spegarselo con il fatto che l’animale uomo è un essere assetato di significati, e per questo in cerca di spiegazioni anche quando potrebbero non essercene….

Con i colleghi dell’unità di ricerca Pa.S.T.I.S. abbiamo organizzato a Padova, per l’11 e il 12 giugno 2009 un workshop dal titolo “Le costruzioni sociali della tecnoscienza”. Potete trovare tutte le informazioni nel sito di Pa.S.T.I.S.

Il programma del workshop di STS Italia

Il programma del workshop di STS Italia

L’obiettivo del workshop è di riflettere sui molteplici significati assunti  dell’espressione “costruzione sociale” nell’ambito della comunità degli studiosi della scienza e della tecnologia.

Tra gli highlights dell’evento, oltre alla presenza del sociologo della scienza Barry Barnes e dell’epistemologo Davide Sparti, una sessione di discussione “il giardino delle idee” (prevista per il tardo pomeriggio dell’11), con occasioni di scambio intellettuale e di networking che avranno luogo proprio nel meraviglioso giardino del Dipartimento di Sociologia di Padova, davanti ad un bicchiere di spritz e a qualche cicchetto buono.

In quest’ultima sessione presenterò un intervento dai toni piuttosto provocatori, che si interroga e vuol far riflettere sulla necessità dell’appendice “sociale” all’attività di costruzione. Abbiamo veramente bisogno del termine sociologia per identificare quello che facciamo? In fondo, la domanda sulla reale attività (e utilità) dei sociologi è piuttosto frequente.

Di seguito riporto l’abstract del mio intervento:

Prendendo le mosse dal dibattito STS che riguarda l’alternativa tra costruttivismo e costruttivismo sociale l’intervento vuole porre ai partecipanti un quesito che ha il sapore della provocazione: attraverso quali mezzi è possibile identificare il “sociale” nei processi che riguardano la costruzione della realtà? E’ possibile vedere/sentire/udire o percepire il sociale in qualche modo, oppure la sua esistenza presuppone un atto di fede? E se qualcuno questa fede dimostra di non averla, può avere almeno la speranza che sia possibile costruire qualcosa nella realtà? Che cosa resta ai santommaso, creare nuovi nomi per nuovi corsi di laurea o consegnare ad altri (semiotici?) lo scettro della propria legittimità disciplinare? La discussione è particolarmente indicata per chi ha sempre – anche senza ammetterlo in pubblico – sentito accompagnare all’enunciazione del termine “sociale” un leggero brivido di schiena, per arrivare all’amara conclusione che forse, in fondo e fortunatamente, non siamo mai stati sociologi.

Conclusione e morale della favola.
Ieri mentre vagavo a Venezia alla ricerca di ispirazione – concedetemi questa punta di romanticismo – ho scovato nella fantastica libreria di usati Bertoni in calle de la Mandola un libro sul lavoro di Joseph Beuys, uno tra gli artisti più interessanti del XX secolo. Come anticipazione di un post su Beuys che mi prometto di pubblicare presto, volevo qui ricordare il primo principio del suo lavoro: “tutti gli uomini sono artisti”.

Beuys

Beuys, fondatore anche di un’università indipendente – la Free International University – era interessato in modo piuttosto anarchico a liberare il potenziale di creatività delle persone da quello che chiamava il giogo del potere statale e dei partiti. Penso che il lavoro da fare con la sociologia sia lo stesso: liberare il lavoro di giovani riercatori e di studiosi creativi dal giogo dell’accademismo, dalla battaglia tra le correnti e dall’influenza di poteri di diversa natura. Uno degli obiettivi del mio interevento “non siamo mai stati sociologi” è anche quello di porre l’accento sulla necessità di liberarsi di inutili etichette. E allora, perchè non partire  proprio dal nome della (nostra???) disciplina. Idealmente il mio maestro in questo è proprio Beuys, con il suo richiamo al nostro essere tutti “artisti”.

Non siamo mai stati sociologi. E allora cosa siamo? Artisti, forse? La discussione è aperta.